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Archivio per la categoria ‘AGRICOLTURA’

Le ragioni dell’agricoltura sociale urbana

3 Febbraio 2016 Commenti chiusi

cava-Monteurpinu
di Paolo Erasmo*

Chi per hobby, chi per necessità, chi per ragioni ecologiste, gli Italiani riscoprono la terra e i suoi prodotti. Ed è così che l’agricoltura urbana sociale sta diventando un fenomeno sempre più diffuso, al punto che le superfici dedicate “ agli orti urbani” sono triplicate in soli 3 anni, trasformando una pratica individuale in una strategia destinata a determinare insieme alle politiche relative ai trasporti e all’ambiente, la sostenibilità delle città future.

Sotto l’etichetta di agricoltura urbana possono rientrare esperienze differenti, a cominciare dagli orti urbani, spazi destinati alla coltivazione ricavati da aree del verde pubblico e assegnati dai Comuni in comodato ai cittadini, che oltre a fornire prodotti per il consumo familiare concorrono spesso a preservare le aree verdi, tra le aree edificate perlopiù incolte e lasciate nel degrado. Le modalità di assegnazione variano in base alle scelte dei singoli enti, ma il funzionamento è generalmente abbastanza semplice: il bando per l’assegnazione degli appezzamenti viene pubblicato online, si fa domanda e si ottengono i propri metri quadri di verde. La crescita del fenomeno ha indotto infatti le amministrazioni comunali a dotarsi di una regolamentazione comunale per l’assegnazione e la gestione degli orti. Ma proprio per armonizzare la legislazione in materia e creare una rete tra i Comuni italiani, nel 2008 Anci, Italia Nostra e Res Tipica hanno siglato un protocollo d’intesa – rinnovato lo scorso anno – con l’obiettivo di promuovere il “progetto nazionale orti urbani”, al quale hanno già aderito numerosi Comuni.

La coltivazione di suolo pubblico non si limita alle aree specificatamente dedicate ma, nei casi più “intensivi”, può essere estesa anche agli spazi urbani marginali, come aiuole, sponde dei fiumi, margini ferroviari, spesso per iniziativa dei cittadini, senza cioè che vi sia una concessione riconosciuta dall’ente pubblico. Accanto agli orti urbani realizzati su spazi pubblici, sono sempre più numerose le aree che i privati destinano ad “uso coltivazione” nei cortili e sui balconi delle abitazioni, dove gli ortaggi prendono il posto di rose e piante ornamentali. Infine, crescono gli orti con una funzione riabilitativa, come gli orti delle case circondariali, aree alternative per il reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti; gli “orti-scuole”, aree per attività didattico-educative per i ragazzi di scuole di ogni ordine e grado; gli orti destinati all’ortoterapia, attività di giardinaggio e orticoltura a supporto di programmi riabilitativi per persone diversamente abili.

Le ragioni della diffusione dell’agricoltura urbana sono molteplici, alcune affondano le proprie radici nei cambiamenti socio-culturali avvenuti negli ultimi 15 anni, altre nei benefici più immediati che essa è in grado di generare. Ci sono innanzitutto motivazioni ambientali: riduzione della CO2, tutela della biodiversità e promozione di uno sviluppo urbano ecosostenibile, volto ad inserire più “verde” nelle aree cittadine. Ma anche una crescente attenzione alla salute e alla qualità nel cibo, grazie alla possibilità di coltivare, e quindi controllare direttamente, ciò che si mangia – l’“apoteosi” del biologico. Ed un ritrovato amore per la terra e la sua concretezza. Nulla di banale dunque, la possibilità di auto-produrre frutta e verdura o acquistarla a costi ridotti può alleggerire notevolmente il carico di spese alimentari.

Ma queste esperienze hanno anche importanti risvolti sociali. L’agricoltura urbana è un elemento che si inserisce direttamente nell’ambito dello urban design, delle funzioni del verde pubblico, dei vuoti urbani da riempire, oltre che un modo per riqualificare aree urbane degradate o abbandonate. In questo senso basta guardare ai Paesi in via di sviluppo, dove la pratica agricola comunitaria viene impiegata in progetti di sviluppo locale volti a integrare il mondo urbano e quello rurale, dando ai cittadini l’opportunità di accedere al cibo per autoconsumo, alimentarsi in modo sano a costi accessibili.

Non solo. Gli orti sociali possono divenire veri e propri spazi di aggregazione dove fare incontrare fasce sociali e generazionali differenti, oltre che uno strumento per inserire il cittadino nell’ambiente in cui vive, trasformandolo in un cittadino attivo. Lavorando concretamente su uno spazio, infatti, questo percepisce il terreno come bene comune che va salvaguardato e tutelato e grazie al contatto con la terra, si crea quel legame col territorio in grado di sprigionare nuove idee per pensare alla città e viverla. Certo, agricoltori non ci si improvvisa, per questo nascono corsi di formazione sulle tecniche di coltivazione. Le Associazioni ,fanno da collante tra la coltivazione diffusa, per riscoprirne le funzioni sociali, culturali e produttive. Il programma è semplice e accompagna le lezioni teoriche con sperimentazioni pratiche.

Fatte queste premesse, è evidente come il cibo sia strettamente funzionale alla vita della città. In realtà lo è sempre stato: non a caso in passato per conquistare una città la si isolava, affamandola. L’agricoltura urbana, pur se a intermittenza, è stata vitale in periodi di crisi economica e sociale, dopo i disastri ambientali o durante i conflitti. Dopotutto è impossibile immaginare città del futuro senza immaginare le strategie e i canali che utilizzeranno per nutrirsi. Per questo motivo è più che mai urgente che gli amministratori delle città riconoscano l’importanza del tema e lo collochino al centro del dibattito politico.

Ancora non esiste una mappatura precisa che ci consenta di quantificare il fenomeno, ma le cifre disponibili ne confermano una rapidissima espansione, iniziata negli anni ’70 ed accelerata soprattutto negli ultimi 15 anni. Un’analisi della Coldiretti su dati Istat rileva che nel nostro Paese gli orti urbani nel 2013 sono triplicati rispetto al 2011, salendo da 1,1 a 3,3 milioni di metri quadrati di terreni di proprietà dei Comuni. Il tutto con un’alta variabilità territoriale: se a livello nazionale circa il 50% delle amministrazioni comunali capoluoghi di provincia nel 2013 ha messo a disposizione orti urbani per la cittadinanza, esiste una forte polarizzazione regionale con la percentuale che sale all’81% nelle città del Nord (oltre che a Torino, superfici consistenti sono dedicate anche a Bologna e Parma, entrambe intorno ai 155.000 metri quadrati), mentre meno di due città capoluogo su tre al Centro Italia hanno orti urbani e nel Mezzogiorno sono presenti solo a Napoli, Andria, Barletta, Palermo. Secondo Istat, sarebbero invece 21 milioni gli Italiani che stabilmente o occasionalmente coltivano l’orto e curano il giardino.

Oggi in Sardegna ci sono già delle realtà che si stanno affermando nel percorso degli “orti Urbani” realtà importanti ci sono nelle città di Oristano e di Olbia oltre che Nuoro; in quanto hanno saputo cogliere l’opportunità di in bando regionale del 2012, che finanziava con 50.000 euro ogni singolo progetto; opportunità che la Capitale della Sardegna Cagliari, non ha potuto ho voluto cogliere. Mentre nell’aria vasta di Cagliari i Comuni di Selargius Monserrato sono già in una fase avanzata e a breve partiranno con i Bandi per le assegnazioni degli orti. Naturalmente rispetto alla richiesta crescente da parte dei cittadini di avere dei lotti coltivabili gli spazi disponibili non sono sufficienti; nella Città di Cagliari al momento ci sono solamente delle iniziative di alcuni cittadini organizzati in Associazione che sperimentano in spazi privati il percorso degli “orti urbani “ in attesa che il Comune di Cagliari possa dotarsi di un regolamento e di uno spazio per realizzare gli “orti urbani “ almeno come progetto pilota.

Nella città di Cagliari e nella sua area vasta gli spazi per realizzare “orti Urbani” non mancano basta pensare alle ex Servitù Miliari di Monte Urpinu e Cala Mosca, oltre agli ampi spazi del parco di Molentargius dove tra l’altro si potrebbe utilizzare l’acqua riciclata del depuratore di “is Arenas “ infatti esiste un progetto già finanziato del Comune di Cagliari per il riutilizzo delle acque depurate; ma il comune di Cagliari ha deciso di utilizzarne solo una piccola parte di quell’acqua, in quanto il progetto ha previsto solamente la possibilità di innaffiare esclusivamente i parchi cittadini, preferendo continuare a ”buttare“ al mare il resto.

Considerando che nel parco di Molentargius si affacciano oltre la città di Cagliari anche Quartu Sant’Elena Selargius Monserrato e Quartucciu si potrebbe realizzare il “Borgo Agricolo“ dove iniziare un percorso di agricoltura naturale e sostenibile che oltre agli orti urbani preveda anche l’agricoltura quale strumento di inclusione sociale e inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati; compresi i “migranti“ che circolano per le vie della città e all’ingresso delle attività commerciali oppure nei parcheggi dei mercati cittadini. Considerato che la Sardegna importa circa 80% dei prodotti alimentari che si consumano sarebbe un passo importante per la riconversione di territori abbandonati oltre che un importante inserimento lavorativo per tanti cittadini espulsi dal mercato del lavoro. Inoltre consentirebbe un’alimentazione sana con cibi controllati che porti al consumo consapevole del prodotto, dal luogo di produzione a quello di consumazione il “cosiddetto “ prodotto a KM Zero non come annunciato in tanti slogan, ma come fatto effettivo.

*Paolo Erasmo è socio fondatore dell’associazione Agriculture

- See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragioni-dellagricoltura-sociale-urbana/#sthash.nsjK9zcb.dpuf – Anche su Aladinews.

In margine al convegno sull’export dell’agroalimentare sardo

16 Dicembre 2015 Commenti chiusi

WORKSHOP AGRIFOOD 16dic15Dialogo immaginario sulla scena del Convegno sull’export sardo dell’agroalimentare. Protagonisti Francesco Pigliaru presidente della Regione e Paola Piras commissaria straordinaria della Camera di Commercio di Cagliari. Il presidente in un momento di pausa del Convegno incrocia la commissaria e visibilmente alterato le dice: “Paola, ma che cazzo stai combinando in Camera di commercio?” La commissaria intimidita e contrariata: “Perché Francesco, cosa ho fatto di male?”. Francesco: “Hai chiuso il Laboratorio chimico-merceologico della Sardegna! Non hai sentito in questo Convegno che non si esporta nulla all’estero se non formalmente certificato. E il Laboratorio proprio questo faceva!”. “Ma Francesco ho dovuto farlo per almeno due motivi: 1) perché la testa politica era fatta da incompetenti e 2) costava veramente troppo”. “Ma, allora” – chiosa il presidente, nel mentre calmatosi: “Con questo ragionamento dovremmo chiudere anche la Regione!”.
Il dialogo è davvero immaginario. La verità è 1) che la commissaria non c’era e 2) che il presidente non fa queste correlazioni. Ogni commento è autorizzato!
foto agri 1
foto di Aladin Pensiero.

Nuovo modello organizzativo per l’agricoltura sarda. Le proposte Cisl riguardano Argea, Agris e Laore

28 Agosto 2015 Commenti chiusi

Agricoltura, Cisl: “Subito riforma agenzie”. In pista anche workshop
Su SardiniaPost 28 agosto 2015 Economia, Politica

Un tavolo sì, ma di cambiamento. Ed un workshop di idee per far decollare il progetto di riforma sulle Agenzie agricole e di ricerca in vista del Piano annunciato dalla Giunta regionale. Sono le proposte presentate dalla Cisl-Fp. “Occorrono scelte politiche – ha spiegato Sergio Palmas, Cisl Laore, questa mattina in conferenza stampa – non dirigenziali”. Per il sindacato si deve avviare un percorso di stimolo per contribuire positivamente alla realizzazione del nuovo modello. Le proposte riguardano Argea, Agris e Laore. Secondo la Cisl, in attesa della riforma, la situazione sta peggiorando: “Per le Agenzie agricole – spiega il sindacato – e della ricerca centralizzare attività e servizi, e quindi allontanarsi dal territorio e dalle campagne, è una scelta nefasta e devastante. Illogica e per niente moderna”. Un invito diretto al presidente della Regione. “Pigliaru – ha aggiunto Palmas – prendi in mano la situazione senza farti condizionare da nessuno”. La riforma dovrebbe partire dal prossimo ottobre. Per la Cisl una partita importante: “Mentre i giovani tornano alle campagne il supporto pubblico non è sintonizzato con queste evoluzioni. Anzi si contorce in teorie superate e che la Giunta sembra subire”. “la definizione di una razionale struttura organizzativa – sottolineano i rappresentanti dei lavoratori – per una amministrazione complessa come quella delle Agenzie richiede un attento studio condotto con tecniche e metodi che consentano una analisi dei costi e dei benefici delle diverse ipotesi possibili”. Una battaglia che entrerà nel vivo in autunno: in ballo c’è il futuro delle campagne dell’isola.

Terra persa

4 Luglio 2015 1 commento

land grabbing in sardegnaQuesto breve documentario racconta la corsa alla terra n_Terra-Persa-A3_15_web3e l’abuso che questa subisce in Sardegna. Le ragioni delle proteste dei comitati. La pagina fb dedicata.
Questo breve documentario racconta la corsa alla terra e l’abuso che questa subisce in Sardegna. L’isola è colonizzata da operazioni speculative che tolgono una parte consistente del territorio della regione all’agricoltura. Basi militari, wind farms, impianti fotovoltaici e termodinamici realizzati senza alcun rispetto per il territorio e in evidente antagonismo con le comunità locali. Il racconto filmico dà spazio alle voci dei comitati di protesta che combattono, in tutta l’isola, contro quest’aggressione spudorata. Le persone coinvolte nelle proteste argomentano le proprie ragioni con cognizione di causa, passione, amore. E la Sardegna, ferita, riesce a svelarci ancora angoli naturalistici d’imparagonabile bellezza.

Il documentario è stato realizzato all’interno del progetto “Apriti Sesamo” finanziato dalla Cooperazione italiana allo sviluppo – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Tutte le informazioni sul documentario Prosegui la lettura…

15 maggio

15 Maggio 2015 3 commenti

Sant’Isidoro

Caro Presidente ti scrivo…

21 Gennaio 2015 8 commenti

Lettera aperta al Governatore della Sardegna
di Ignazio Cirronis

Caro Presidente, io ho preso sul serio quanto ha detto negli incontri a cui ho partecipato che hanno preceduto le elezioni regionali della Sardegna quando, da economista, ha sostenuto che la rinascita della Sardegna passava per una nuova politica economica. In particolare per l’agricoltura, ha affermato che si doveva puntare sui comparti produttivi e sulle aziende capaci di aggregare le produzioni perché solo così si potevano valorizzare le eccellenze agroalimentari sarde anche sui mercati esteri.

Io sono stato contento di sentire quelle parole dal futuro Presidente della Giunta Regionale. Ancora più felice sono stato quando ha nominato Elisabetta Falchi assessore dell’agricoltura: donna capace e professionalmente preparata per disegnare e cercare di attuare le strategie agricole di cui ha bisogno la Sardegna.

Poi però succede qualcosa che non mi convince: al comparto agricolo non vengono lasciati nel bilancio regionale neppure le briciole e se non fosse per il PSR, si potrebbero mettere in cassa integrazione non solo i 119 funzionari dell’Assessorato, ma anche i 1.341 dipendenti delle diverse Agenzie Regionali e quelli delle Associazioni Allevatori.

E poi arriva la doccia fredda del taglio dei programmi operativi per le OP, le Organizzazioni di Produttori, che in questi giorni hanno ricevuto il taglio o il rigetto delle proposte per il 2015. Tra l’altro la scure non ha interessato tutte allo stesso modo, creando una grave discriminazione tra chi aveva un programma in corso e chi lo stava rinnovando! La Giunta Cappellacci non era arrivata a tanto: tutte le OP avevano avuto il supporto promesso, potendo continuare nel loro impegno che ha accresciuto ogni giorno reddito e occupazione.

Ora, invece, si prevedono tempi durissimi per le 30 OP della Sardegna con oltre 7.000 produttori associati e un fatturato complessivo di quasi 230 milioni di euro. Riferendomi alle OP non parlo di “assistenza”, ma di cooperative che oltre a rispettare le norme generali della cooperazione (per esempio non dividono utili) rappresentano, a detta della Unione Europea, la strada privilegiata per lasciare alla produzione il maggior valore aggiunto dei prodotti agricoli giacché trasformano e commercializzano direttamente, o con il minor numero di intermediazioni, i prodotti dei soci.

Le OP preparano e attuano programmi di attività che supportano la commercializzazione, spesso sui mercati esteri, dei prodotti alimentari sardi. Con questi programmi l’occupazione nelle OP sarde è cresciuta costantemente negli anni. A maggior ragione non è tollerabile una interruzione di queste politiche. Nel bilancio 2015 manca un milione di euro per salvaguardare centinaia di posti di lavoro produttivi e per permettere uno sviluppo dell’occupazione nelle zone rurali, quelle dove non c’è l’alternativa del pubblico impiego e dove l’industria non è più nemmeno un miraggio.

Caro Presidente, se non vogliamo che altri dicano che questa Giunta non mantiene gli impegni presi per il rilancio dell’economia isolana, occorre certo puntare su ambiente e istruzione, ma che ce ne facciamo di persone istruite se poi esportiamo non i nostri prodotti alimentari, bensì i nostri migliori cervelli?

Lungi da me aprire una guerra tra poveri, ma se è possibile trovare 600 milioni per realizzare nuove infrastrutture, se ne trovi uno per finanziare tutti i programmi di attività ed i piani di avviamento delle Organizzazioni di Produttori Agricoli, eliminando le discriminazioni tra diverse OP già dai piani 2015.

E come è possibile che l’Assessorato dell’Industria abbia messo a bando 800.000 euro per supportare le imprese artigianali che vogliono esporre i propri prodotti all’Expo (magari con materie prime non sarde) e non ci sia in bilancio un solo euro per le aziende e cooperative agricole per la stessa finalità?

Sono abituato a giudicare i governi sulla base delle loro azioni. Su queste due emergenze, e più in generale sulla strategia per l’agricoltura sarda, mi piacerebbe che gli impegni presi vengano rispettati: noi la nostra parte la facciamo comunque.

* Copragri Sardegna

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Nell’illustrazione: Palazzo Civico di Cagliari, Andrea Valli, allegoria dell’Agricoltura

Elogio della Canna

11 Gennaio 2015 15 commenti

L’Isola delle canne

di Bachisio Bandinu

E’ davvero incredibile l’assurdo e riprovevole atteggiamento dei sardi contro la meravigliosa coltivazione a canne che darebbe musica, poesia e benessere a popolazioni povere e depresse. Un progetto di civiltà da salutare e propiziare come una grande festa. Si dimentica che la canna è il primo strumento musicale della nostra isola, che ha allietato l’arcadia del glorioso periodo nuragico: dallo zufolo improvvisato del giovine pastore innamorato alla perfezione musicale delle launeddas. Perché questi sardi, imbarbariti dalle bricciole di un misero consumismo e dal nerofumo minerario e petrolchimico, sono resi ciechi e non sanno cogliere l’apertura alla rinnovata musica dei tempi felici? Il degrado estetico e culturale tocca il fondo. Vorrei elevare un canto salvifico: immaginate infiniti campi di canne che si elevano al cielo vibrando una musica soave, risvegliando le terre opache e depresse del Sulcis in una placida estensione sino ad Assemini e magari costeggiare gli stagni e lambire le marine di Cagliari. Campi estesi a perdita d’occhi e d’orecchi, dove il vento con innumerevoli dita schiuderà le nostre anime novelle, e alcune canne hanno un suono e altre un altro suono in mirabile concerto.
Non più canne al vento di spogli e radi canneti deleddiani, bensì chilometri quadrati, ettari musicanti che fanno bosco, animato da canti d’uccelli. Allora noi ci inoltriamo felici alla ricerca del tumbu potente, della mancosa ineguagliabile e della mancosedda brillante, così camminiamo sulla terra leggeri, satiri cantanti, devoti di Dioniso. E tando nos la sonamus e nos la cantamus, ca sos ballos sunt sos nostros. Il poeta ci dirà verso quali segreti d’amor ci chiami il canneto, dove la passione ha strepito di danza.
Finalmente possiamo cantare: Viva la canna! Simbolo poetico di una sessualità traboccante. E non la canna depravata del droghino, bensì la gioiosa conquista della libertà sessuale. Canne che si snodano da sant’Igia, restituita alla prostituzione sacra, sino alla Plaia e lungo viale Trieste giungere a Piazza del Carmine.
Era ora che noi sardi, sempre fottuti dalla storia, possiamo finalmente fottere, e così passare dal principio di realtà d’astinenza e oppressione, al principio di piacere inebriante e appagante. Fit ora!
E non è secondario neppure il sentimento d’orgoglio nei riguardi degli abitanti de su capu ‘e susu, che hanno scelto il cardo come dispositivo della rinascita. Ma volete mettere a confronto la canna con il cardo? Dieci a zero. In verità son stati sempre spinosi i torresini, dal Logudoro all’irsuta Barbagia, non educati dalla musica delle launeddas, ancora chiusi nei canti rauchi del tenore.
La canna è meridionale, nella pienezza mediterranea, ben superiore alla civiltà del cardo. Per rimarcare la differenza di coltura e di cultura possiamo creare una striscia che va da Tortolì a l Sinis, coltivata a eucaliptus, un’estesa lingua di mesania.
Ma per non creare una divisione tra Nord e Sud, vorrei unirli entrambi in un elogio comune per la brillante e luciferina invenzione di una nuova rinascita della Sardegna, pur nella diversa economia artistica della canna e del cardo.
Non ci sarà più bisogno di sprecare soldi in pubblicità. Lo slogan è foriero di sicura garanzia: “Sardegna – l’isola della canna”. Le seducenti valenze musicali ed erotiche affascineranno i turisti.
Ma… non è che ci fottono ancora?

Bachis Bandinu

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- Anche qualche riferimento dietro l’ironia: sul blog di Vito Biolchini.
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Senza la terra perdiamo tutto

17 Dicembre 2014 33 commenti

di Nicolò Migheli

Nel 1849 gli abitanti di Santu Lussurgiu si rivoltarono contro la borghesia agraria che con l’Editto delle Chiudende si era impossessata dei migliori terreni. Tre manifestanti morirono uccisi dai proprietari. In seguito terreni comuni vennero divisi in lotti e dati ai poveri. Per qualche tempo su quelle aree non venne chiesta nessuna imposta. Qualche anno dopo l’esattore comunale si presentò con le cartelle per la riscossione. Pochi tra quei contadini e pastori poterono onorarle; gli altri rivolsero ai grandi proprietari chiedendo loro l’acquisto di quei lotti.

Un episodio della storia del paese così traumatico da essere ricordato con la frase di uno di quei possidenti: ”Si est zente po lottes, nara-ddi ca no che seo”. Se è gente per quei terreni, di loro che non ci sono, tanta era l’offerta che si rifiutavano di comprare. Oggi la Sardegna è destinata a rivivere la medesima storia. I nuovi latifondisti si chiamano Matrìca e Mossi & Ghisolfi. Una società milanese intenderebbe acquisire 17.000 ettari per la produzione di biomasse. La svendita dei terreni verrà facilitata dall’Imu agricola che ricadrà su persone impossibilitate a pagarla. Il destino dei Sardi, ancora una volta, legato al modello fallito dell’industrializzazione.

Chi in questi anni ha parlato di land grabbing, è stato ignorato e deriso. Qui da noi non può succedere, veniva detto, ci salverà la quotazione dell’euro. Quello scudo è infranto. Siamo alla rapina delle nostre speranze. La Regione su questo dovrebbe dare una parola definitiva. È possibile non rendersi conto che se perdiamo le terre fertili perdiamo il nostro futuro, saremo ospiti in casa d’altri? Lo sviluppo rurale avrà ancora senso? L’Expò 2015 ha come tema il cibo considerato strategico nel mondo affollato e inquinato del futuro.

Noi invece, facilitiamo l’introduzione di specie infestanti, ad alto consumo idrico, che sotto il sole estivo bruceranno come cerini. Alla fine ci resteranno solo terreni sterili. Basterebbe una legge di pochi articoli per impedirlo. In Sardegna è possibile coltivare solo specie destinate all’alimentazione umana ed animale o per attività tradizionali artigiane ed industriali. Nessun privato può detenere terreni agricoli con una superficie superiore ai mille ettari. La riforma agraria degli anni 50, aveva espropriato chi eccedeva quella quota. Costituzione di un Monte terre che acquisti dai privati e poi rivenda a prezzi agevolati ai giovani agricoltori.

L’acquisto di terreni agricoli eccedenti una dimensione da stabilire, è permesso solo a chi è residente nell’isola da almeno cinque anni. I politici pensano alle elezioni, gli statisti alle nuove generazioni, diceva De Gasperi. Messaggio sempre valido.

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By sardegnasoprattutto / 17 dicembre 2014
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Ritorno all’agricoltura

7 Dicembre 2014 590 commenti

- Lavoro, i giovani ritornano all’agricoltura
Le nuove generazioni scelgono la campagna: boom di aziende under 30 iscritte a Coldiretti nel 2014, raddoppiate dal 2012

Felice Testa su La Nuova Sardegna on line
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Categorie:AGRICOLTURA Tag:

Cambiamento dell’agricoltura sarda nel decennio

4 Settembre 2014 662 commenti

di Angelino Olmeo
By sardegnasoprattutto / 4 settembre 2014 / Economia & Lavoro /

Analizzando il censimento dell’agricoltura sarda del 2010 e confrontandolo con quello del 2000, si evidenzia una consistente perdita sia in termini quantitativi che qualitativi della PLV agricola. Per meglio rendere l’idea ne evidenzio alcune voci: secondo l’ultimo censimento, la Sardegna si presenta con una delle più basse produttività per ettaro (penultima) e con il più basso rendimento per ora di lavoro. La produzione e il valore aggiunto regionale, calcolati a prezzi di base con riferimento al 2005, sono calati rispettivamente dell’1,7 e del 3,6%.
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