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Archivio Gennaio 2014

Agricoltura sarda: 2014 sarà strategico per ottenere i risultati. Grandissimi spazi di crescita del fatturato agroalimentare

31 Gennaio 2014 16 commenti

La Nuova Sardegna, VENERDÌ, 31 GENNAIO 2014

Agricoltura, il nodo dei fondi Ue
Le richieste del settore ai candidati. Saba (Coldiretti): la produzione può raddoppiare e salvare l’isola

di Alfredo Franchini
CAGLIARI. Altro che Europa cerbero per gli agricoltori sardi. Se la Regione metterà benzina alla propria macchina burocratica che oggi è ferma l’isola potrà passare dagli attuali 150 milioni di euro a carico della politica comunitaria ad oltre trecento milioni. Risorse in grado di cambiare l’intero settore. Prosegui la lettura…

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Una nuova agricoltura per le aree interne

29 Gennaio 2014 1.922 commenti

Una nuova agricoltura per le aree interne [di Piero Bevilacqua]
By sardegnasoprattutto / 29 gennaio 2014

A che cosa ci riferiamo allorché parliamo di agricoltura per le aree interne? Si tratta di uno slogan di propaganda politica “movimentista”? Oppure di un’utopia che non ha alcun fondamento economico, né dunque alcuna possibilità di riuscita? All’obiezione si deve innanzi tutto rispondere con una considerazione storica. Non si tratta, infatti, di una progettazione o addirittura di una aspirazione a vuoto di volenterosi militanti. Per secoli l’agricoltura italiana è stata una pratica economica delle “aree interne”, vale a dire dei territori collinari e montuosi, gli ambiti orografici dominanti nella Penisola. Certo, c’era anche – e talora fiorente – l’agricoltura delle pianure, concentrata nella Pianura padana e nelle valli subappenniniche.
Ma gran parte di queste aree sono state conquistate con secolari e talora imponenti lavori di bonifica che arrivano fin dentro il XX secolo. L’imperversare millenario della malaria – questa avversità ambientale caratteristica del nostro paese – ha tenuto a lungo lontano le popolazioni agricole dalle terre potenzialmente più fertili e vantaggiose delle pianure. Dunque, dal punto di vista storico, fare agricoltura nelle aree interne non è una novità. Tanto è vero che essa continua a sopravvivere in tante zone collinari e montane in forme più o meno degradate e marginali.
La seconda obiezione, relativa all’economicità di una agricoltura in queste aree occorre intendersi su che cosa si intende per economicità. Occorre liberarsi di una idea riduzionistica di agricoltura che ha dominato per tutto il secolo passato. In queste aree non si può pensare alla pratica agricola come un’impresa industriale che deve strappare margini crescenti di profitto, generare accumulazione di capitale, con sovrana indifferenza per ciò che accade alla fertilità del suolo, alla distruzione della biodiversità, all’inquinamento delle acque, alla salute degli animali, dei lavoratori e più in generale dei cittadini. L’agricoltura non è qui – e non dovrebbe esserlo mai – quello che è stata per tutta la seconda metà del Novecento: un’industria come un’altra.
D’altra parte, rappresenta una conquista della cultura europea degli ultimi decenni la visione e la pratica di una agricoltura come attività multifunzionale. Una brutta parola per indicare che essa non è più una semplice pratica economica, ma costituisce il centro di erogazione di una molteplicità di servizi. E al tempo stesso incarna una esperienza sociale che intrattiene un rapporto complesso e avanzato con la natura e ispira nuovi stili e condotte di vita. Infatti l’agricoltura non è chiamata semplicemente a produrre merci da piazzare sul mercato, quanto anche a proteggere il suolo dai processi di erosione, ad attivare la biodiversità sia agricola che quella naturale circostante, a conservare il paesaggio agrario, tenere vivi i saperi locali legati ai mestieri e alle manipolazione delle piante e del cibo, a custodire la salubrità dell’aria e delle acque, a organizzare un turismo ecocompatibile, a organizzare forme nuove di socialità, ecc..Ma che tipo di agricoltura si può oggi praticare su terre lontane dai grandi snodi viarii e commerciali? Là dove non è possibile, né utile, né consigliabile organizzare produzioni di larga scala?
Nelle aree interne si può praticare soprattutto frutticultura e orticoltura di qualità. E sottolineo questo aspetto di novità storica della agricoltura di collina rispetto al passato. Si tratta di una agricoltura di qualità perché essa utilizza con nuova consapevolezza culturale un’attività produttiva fondata sulla valorizzazione di un dato storico eminente della nostra millenaria tradizione produttiva: l’incomparabile ricchezza della nostra biodiversità agricola. L’uso del termine millenario non svolge qui un compito di mera retorica. Serve a marcare l’irriducibile diversità dell’agricoltura rispetto a tutte le altre forme di economia.
Questa pratica finalizzata all’alimentazione umana, infatti, continua a esercitarsi su materie naturali che provengono da un lontanissimo passato, originano dalle selezioni genetiche massali delle popolazioni pre-italiche, si sono arricchite con la grande “globalizzazione agricola” dell’Impero romano (documentata da Columella) e ha ricevuto gli apporti di biodiversità e di saperi dal mondo arabo nel Medioevo e dalle piante provenienti dalle Americhe dopo il 1492. Questa gigantesca accumulazione di varietà e di culture ha trovato nella Penisola le condizioni per insediarsi in maniera stabile e diversificata sin quasi ai giorni nostri.
Tale straordinaria biodiversità agricola – frutto dell’originalità della nostra storia e della varietà dei climi e degli habitat disseminati nella Penisola, dalle Alpi alla Sicilia – ha espresso la sua vitalità nell’agricoltura promiscua preindustriale. Campi nei quali coesistevano alberi da frutto di diverse varietà, ulivi, vite insieme spesso ai cereali, agli orti. Oggi questa agricoltura ritrova ragioni economiche per rifiorire, innanzi tutto perché può offrire prodotti che hanno qualità intrinseche superiori, sia di carattere organolettico che nutrizionale. In tanti vivai – e nelle coltivazioni degli amatori – si conservano ancora in Italia centinaia di varietà di meli, peri, susini, mandorli, peschi, viti a doppia attitudine, ecc. Si tratta di sapori scomparsi dall’esperienza sensoriale della maggioranza degli italiani e dal mercato corrente. Quest’ultimo offre oggi al consumatore poche varietà, quelle industrialmente più confacenti, per aspetto, conservazione e trasportabilità alla distribuzione di massa. Guida, cioè, e domina il consumo, non la qualità intrinseca del bene (freschezza, sapore, sanità), ma le sue caratteristiche esteriori di merce, la sua durabilità, la sua novità stagionale, la profittabilità contabile del suo smercio.
E invece l’organizzazione di una distribuzione alternativa (tramite i GAS, i gruppi del commercio eco-solidale, a km 0, ecc.) può cambiare la natura stessa del prodotto finale. La diversità e varietà dei sapori, la salubrità e ricchezza vitaminica e minerale del frutto, la sua freschezza e assenza di conservanti e residui chimici, ne fanno un bene che acquista anche sotto il profilo culturale un nuovo valore. Dunque non si propone il ripristino dell’”agricoltura della nonna”, ma una nuova economia rispondente a una elaborazione culturale più avanzata e ricca del nostro rapporto col cibo, che incorpora anche una superiore visione della pratica agricola come parte di un ecosistema da conservare.
Questa agricoltura può far ricorso a molti elementi di economicità e di riduzione dei costi, di norma esclusi nelle pratiche industriali. Intanto la varietà delle colture – anche nelle coltivazioni orticole, grazie alla sapienza consolidata della pratica degli avvicendamenti e delle alternanze delle colture – costituisce un antidoto importante contro l’infestazione dei parassiti. E’ nelle monoculture, infatti, che questi possono produrre grandi danni, e debbono essere controllati – anche se con decrescente efficacia – tramite costosi e ripetuti trattamenti chimici. La conservazione di un habitat ricco di biodiversità naturale – grazie alle siepi, all’inerbimento del campo, ecc. e al mancato uso di antipesticidi chimici – costituisce essa stessa un sistema di protezione contro i parassiti, perché ospita gli insetti utili, predatori degli infestanti.
Un esempio di come la salubrità e varietà biologica dei siti non è solo utile alla salute umana, ma anche economicamente vantaggiosa. A questo proposito un aspetto da ricordare sono le microeconomie che si possono ottenere dalla siepi o dalla macchia selvatica. Un tempo avevano una larga circolazione stagionale, nei mercati contadini, i prodotti selvatici del bosco e della macchia mediterranea: sorbe, corbezzoli, giuggiole, cornioli, melograne, nespoli germanici, azzeruoli, ecc. Oggi sono rari e costosi prodotti di nicchia destinati al consumo di pochi intenditori. E invece potrebbero rientrare a pieno titolo nei circuiti economici della nuova agricoltura. Tanto più che alcuni di queste bacche come la melagrana – ma la riflessione dovrebbe coinvolgere sia i cosiddetti “piccoli frutti” (lamponi, mirtilli, ribes, uva spina, ecc.) che le cosiddette piante officinali – conoscono oggi un crescente utilizzo sia nella “cosmesi senza chimica”, che nella ricerca e nella produzione farmaceutica.
Nei frutteti si può molto utilmente praticare l’allevamento dei volatili (polli, oche, faraone, ecc.).Tale pratica già nota ai primi del ’900 in alcuni paesi europei (ad esempio nei meleti della Normandia) e oggi sperimentata da alcune aziende ad agricoltura biologica, combina un insieme sorprendente di vantaggi. I volatili, infatti, ripuliscono il terreno dalle erbe infestanti e lo concimano costantemente con i loro escrementi, facendo risparmiare all’azienda il lavoro e i costi del taglio delle erbe e quello della concimazione delle piante. Ma aggiungono all’economia aziendale uno straordinario apporto produttivo: le uova e la carne di pregio commerciabili tutto l’anno.
Sempre sul piano del contenimento dei costi è utile rammentare che qualunque azienda agricola produce una quantità significativa di biomassa. Sia sotto forma di rifiuti organici domestici, che quale residuo dei tagli, potature, controllo delle siepi, ecc. Ebbene, questo materiale – tramite il metodo del cumulo – si può trasformare in utilissimo compost per fertilizzare il suolo, senza ricorrere ai fertilizzanti chimici, e risparmiando su tale voce di spesa che grava invece in maniera crescente sull’agricoltura industriale. Il costo dei concimi, è noto, dipende dal prezzo del petrolio. Un grande agronomo biodinamico, Eherfried Pfeiffer, sosteneva che un buon terriccio di cumulo può avere una capacità fertilizzante due volte superiore a quella del letame bovino: il più completo fra i fertilizzanti organici. Di questo terriccio si potrebbe fare commercio, come si fa commercio del fertilizzante ottenuto dalla decomposizione di sostanza organica da parte dei lombrichi. Nel Lazio, ad esempio, esiste qualche azienda che vende humus, un terriccio ricavato dalla “digestione” di letame bovino ad opera dei lombrichi.
E sempre sul piano del risparmio dei costi – senza qui considerare la buona pratica di impiantare pannelli solari sugli edifici, case, stalle, uffici, ecc., per rendere l’azienda autonoma sotto il profilo energetico – una riflessione a parte meriterebbe l’uso dell’acqua. La presenza di questo elemento è ovviamente preziosa e spesso indispensabile nelle agricolture delle aree interne. Ad essa si attinge normalmente con i pozzi azionati da motori elettrici. Se l’elettricità è generata da pannelli fotovoltaici il costo è ovviamente contenuto. Ma spesso non è così. E ad ogni modo, in tante aree interne, l’acqua potrebbe essere attinta in estate senza costi se durante l’inverno venissero utilizzati sistemi di raccolta delle acque piovane. Si tratta, ovviamente di riprendere un sistema antico – in molte aree, come nella Sicilia agrumicola, ancora attivo – che utilizzi cisterne, vasche di raccolta, ecc. Questa cura dell’acqua comporterebbe una nuova visione del territorio e delle risorse circostanti alle singole aziende.
E’ evidente che una nuova agricoltura nelle aree interne, dovrebbe far parte di un progetto collettivo di rimodellamento dell’habitat locale, che comporta il controllo delle acque alte, il loro incanalamento ottimale, ma anche il loro utilizzo in punti di raccolta (tramite acquacoltura, pesca, ecc.), capace di combinare conservazione dell’assetto idrogeologico del suolo e pratica economica produttiva. L’agricoltura che progettiamo, dunque, costituisce un dialogo nuovo e più organico con la ricchezza delle risorse naturali, col mondo delle piante e degli animali, e insieme un presidio umano culturalmente più avanzato e complesso sul nostro territorio.
*da www.slega.net

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Più soldi all’agricoltura sarda dalla programmazione europea 2014-2020, nonostante l’Europa metta meno. La Regione compemsa

26 Gennaio 2014 5 commenti

Il bluff di Cappellacci nella spesa dei Fondi comunitari per l’agricoltura [di Sardegna Sovrana e Sostenibile]
By sardegnasoprattutto

Più soldi per l’agricoltura sarda, ma solo perché la Regione (assente da tutti i tavoli nazionali e priva di peso politico a Roma) è stata costretta a impegnare risorse dal suo bilancio per far fronte al disimpegno dello Stato. È solo l’ultima sconfitta, in ordine di tempo, della giunta Cappellacci che magari verrà spacciata come un grande risultato, ma i fatti sono inoppugnabili. “E’ vero che alla Sardegna sono stati assegnati circa 16 milioni di euro di fondi in più rispetto al periodo 2007/2013, è altrettanto vero che lo Stato ha partecipato al cofinanziamento necessario per accedere a queste risorse con 144 milioni di euro in meno e dunque la Regione dovrà, con le risorse del proprio bilancio, aggiungere quasi 107 milioni di euro per poter usufruire dei fondi comunitari”, afferma Alfonso Orefice dell’associazione Sardegna Sostenibile e Sovrana.
La vicenda si è sviluppata in questo modo. Con l’approvazione del Regolamento n. 1305 del 17 dicembre 2013 da parte del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea è entrata nel vivo la fase di programmazione delle risorse finanziarie del Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR). Il primo adempimento è costituito dalla ripartizione delle risorse fra le regioni della dote assegnata con il citato regolamento all’Italia per gli anni 2014/2020. Si tratta di un importo che ammonta a poco meno di dieci miliardi e mezzo di euro e che registra un incremento di circa un miliardo e 450 milioni di euro rispetto all’importo messo a disposizione nel settennio 2007/2013 (circa nove miliardi).
Le risorse del FEASR rispondono al criterio del cofinanziamento e le altre fonti finanziarie sono lo Stato (attraverso il Ministero dell’Economia) e la Regione. Nel precedente periodo (2007/2013) la Regione Autonoma della Sardegna, a seguito di un negoziato durissimo, era riuscita ad avere (sui nove miliardi di fondi FEASR destinati all’Italia) 574 milioni 899 mila euro, e come cofinanziamento da parte dello Stato circa 620 milioni di euro. Il cofinanziamento a carico della Regione Sardegna invece ammontava a circa 97 milioni di euro. Quindi le risorse disponibili derivanti dalle tre fonti di cofinanziamento toccavano un miliardo 292 milioni e 253 mila euro.
Nella tabella vengono confrontate le risorse finanziarie ripartite fra le tre fonti di cofinanziamento. Ora emerge che vengono assegnati alla Sardegna complessivamente circa 53 milioni di euro in più rispetto al periodo 2007/2013, ma anche che lo Stato partecipa con 144 milioni di euro in meno e la Regione dovrà, con le risorse del proprio bilancio, aggiungere circa 107 milioni di euro. In buona sostanza, i 16 milioni di euro in più che costituiscono l’incremento della dotazione totale del periodo 2014/2020 rispetto al 2007/2013, costano alla Regione circa 107 milioni di euro.
“Era ineluttabile che andasse così nonostante una dotazione di fondi comunitari più alta? È andata così anche per le altre regioni? No, non era ineluttabile né è andata così per le altre regioni”, afferma Orefice. “Soprattutto quelle del nord hanno avuto capacità negoziale diversa ed hanno portato a casa maggiori risorse. Le regioni hanno deciso sotto il coordinamento del ministero dell’Agricoltura e gli assessori assenti hanno torto per definizione. Le conseguenze le pagheranno i sardi, agricoltori e non, perché il già magro bilancio regionale sarà ulteriormente gravato da somme che potevano essere poste a carico dello Stato”. Sul sito della Conferenza Stato-Regioni si legge che l’accordo è stato ratificato nella seduta pomeridiana del 16 gennaio. Quindi ormai nulla è rimediabile.

FEASR 2014/2020 628.035.000 Euro

Stato 2014/2020

Regione 2014/2020

Totale Spesa Pubblica 2014/2020

476.260.400
204.111.600
1.308.407.000
2007/2013
574.899.000
620.015.636
97.339.169
1.292.253.805
differenza
+53.136.000
-143.755.236
+106.772.431
+16.153.195

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Elettorando e programmando. CagliariGlobalist intervista Anna Sulis. Il ‘Possibile’ assessore all’Agricoltura

12 Gennaio 2014 5 commenti

Andrea Mameli, intervista Anna Sulis, indicata da Michela Murgia di Sardegna Possibile come assessore all’Agricoltura in caso di vittoria alle regionali.

Su CagliariGlobalist venerdì 10 gennaio 2014 11:59

Intende, e in che modo, accorciare la filiera tra produttore agricolo e consumatore, affinché una parte significativa del valore aggiunto delle produzioni agricole resti nelle mani dei veri produttori? L’impresa agricola affronta un doppio rischio – imprenditoriale e climatico – e quasi sempre i ricavi per gli intermediari sono superiori e privi di rischi.

Certamente esiste un problema di accorciamento della catena commerciale, la cui lunghezza provoca, come lei sottolinea, il fatto che il produttore spesso non sia correttamente retribuito. L’accorciamento della filiera è sola una delle possibili soluzioni, e certamente la più semplice e praticabile per le piccole aziende. Anche l’utilizzo di prodotti locali nelle mense di comunità è una pratica da sostenere, incentivando quelle mense sostenibili, che hanno un impatto ambientale basso. Tale obiettivo si può raggiungere con materie prime che percorrono pochi chilometri, utilizzando stoviglie da lavare, seguendo la stagionalità. Va però sottolineato che, in tutti quei casi in cui la produzione è rilevante, la vendita diretta o son una catena corta, può essere difficile. In questo caso è necessario sostenere il più possibile il potere contrattuale dei produttori, incentivandone l’aggregazione. Un altro canale per garantire un mercato locale e incentivare i ristoranti che collaborano attivamente e direttamente con i produttori, per esempio attraverso l’uso di certificazioni studiate ad hoc o di marchi specifici. Non è però possibile evitare la GDO. E’ vero che in molti casi crea dei grandi problemi ai piccoli produttori,, ma è anche vero che, se gestito, è un canale attraverso il quale si possono far arrivare i prodotti locali ai consumatori. I mercati di prossimità infatti, sono frequentati da relativamente poche persone, mentre nei supermercati ci vanno tutti. E’ possibile pensare a un posizionamento specifico per i prodotti sardi nei supermercati, e a una etichettatura molto chiara che permetta di identificarli con evidenza. In questo modo si potrebbe realizzare una azione di educazione all’acquisto di tali prodotti attraverso una proposta nel luogo dove la maggior parte delle persone fanno gli acquisti

Intende, e in che modo, valorizzare le produzioni agricole di qualità al di fuori della Sardegna e dai confini italiani?

Uno dei principali problemi delle produzioni agricole sarde è che coprono una porzione troppo bassa del consumo interno. Quindi primo obiettivo è aumentare questa quota garantendo prodotti di qualità prima di tutto ai Sardi. Occorre dire che, troppo spesso i prodotti di qualità vengono visto come elitari e che, altrettanto spesso, costano un po’ di più. Ma il cibo di qualità non è e non può uno status symbol, il cibo di qualità è un diritto per tutti ovunque, e dobbiamo lavorare perchè questo diritto sia garantito a tutti i sardi. Esistono però diversi prodotti che sono potenzialmente molto appetibili per il mercato esterno, che possono anche essere evocativi dell’idea di Sardegna. L’esempio più semplice e immediato è quello del vino, con una qualità molto alta, in moltissimi casi ai massimi livelli, e con una varietà di vitigni autoctoni unica anche a livello internazionale. Queste caratteristiche ne fanno un prodotto di eccezionale interesse per mercati interessati a prodotti molto particolari, e anche costosi, e non a grandi quantità di prodotto tutto uguale. Compito dell’assessorato, in strettissima collaborazione con l’assessorato al Turismo e commercio, sarà quello di individuare e sostenere attivamente tutti quei prodotti che possono affrontare proficuamente i mercati esterni, individuando al contempo i mercati più adatti al singolo prodotto. E soprattutto sarà messo a punto un metodo che consenta sia alla Regione sia ai produttori, di misurare gli effetti del sostegno e capire se e come tale sostegno deve essere modificato

Intende, e in che modo, proteggere i territori a vocazione agricola dalle speculazioni legate a impianti di trasformazione energetica, garantendo allo stesso tempo una produzione energetica da fonti rinnovabili tesa unicamente a soddisfare le reali necessità delle aziende agricole?

Se i proprietari di un terreno guadagnano adeguatamente dall’utilizzo agricolo di un terreno, difficilmente possono essere interessati a cederli per usi diversi. Già riportare questi terreni all’utilizzo agricolo è una forma di protezione. In ogni caso la salvaguardia dei terreni agricoli da questo tipo di speculazioni è strettamente legato alla definizione del piano energetico regionale. Non è quindi esclusiva competenza dell’assessorato all’agricoltura, ma scaturisce dall’azione congiunta di tre assessorati: agricoltura, ambiente, industria. In questo senso, anche la produzione di energia destinata unicamente all’azienda entra nel più generale piano energetico regionale. Parallelamente c’è da affrontare il problema dell’utilizzo di suolo agricolo per la coltivazione di biomasse. La nostra idea di agricoltura è quella di una agricoltura legata alla produzione di cibo e in questo senso saranno indirizzate tutti i nostri sforzi.

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Contributo per i programmi dei candidati alle elezioni regionali

11 Gennaio 2014 9 commenti

La Nuova Sardegna, SABATO, 11 GENNAIO 2014

Agricoltura, qualche spunto per la campagna elettorale
di GIUSEPPE PULINA

Più tutela per l’ambiente, maggiore integrazione degli extracomunitari, dieta mediterranea e rilancio del marchio Sardegna nel nome della bontà

Nel dibattito programmatico della brevissima campagna elettorale che si prospetta, un tema centrale sarà l’agricoltura e l’agroalimentare. Il 90% del territorio isolano è infatti classificato come rurale, intendendo per “ruralità” il valore immateriale residente nelle comunità “non urbane” che consente di integrare e rielaborare tutte le forme della conoscenza tradizionale per dare vita a circuiti economici ad alta sostenibilità ambientale, paesaggistica e caratterizzati da elevata qualità della vita. Alcuni spunti che potrebbero essere utili per orientare la prossima politica di governo, possono essere riassunti nell’acronimo CAMPOS. C come Coesione. Occorrerà chiudere completamente, almeno per i grandi prodotti tipici e tradizionali, tutte le filiere in Sardegna (sostituire il concetto del Made con il Produced in Sardinia), con un grande patto di Coesione interno al mondo agricolo e pastorale, basato sull’aggregazione della domanda di mezzi tecnici e sull’offerta dei prodotti alimentari. Coesione che significa, anche, inclusione degli extracomunitari, che con le loro famiglie rappresentano oggi l’unica risorsa contro lo spopolamento della aree rurali, nei processi di creazione delle imprese e in quelli della formazione culturale e professionale. Coesione, che significa infine un nuovo rapporto fra città e campagna, non più subalterno ma basato sulla dislocazione remota di servizi (oggi possibile grazie all’informatica diffusa) per la creazione di nuovi circuiti di reddito a sostegno delle comunità rurali. A come Ambiente. In Sardegna il paesaggio e l’ambiente sono risorse primarie. L’agricoltura dovrà produrre di più (per soddisfare la crescente domanda di alimenti e per migliorare le performance aziendali) consumando di meno, dovrà cioè produrre meglio rispettando l’ambiente e il paesaggio con misure atte a mitigare e annullare gli impatti ambientali (perdita di suolo, riduzione dei nitrati e carbon footprint) e a conservare e incrementare la risorsa paesaggistica (landescape footprint), garantendo la vitalità economica delle aziende. M come Mediterraneo. Intorno a noi si affacciano culture simili e un sistema turistico che, oltre a quello isolano, è capace di mobilitare centinaia di milioni di presenze (1/3 di tutto il flusso mondiale). Inoltre, nella riva sud si accalcano popolazioni sempre più numerose e che aspirano a livelli di vita più elevati. L’agroalimentare sardo deve giocare la carta della Dieta del Benessere dei Mediterranei, attraverso l’attivazione e il sostegno di panieri alimentari in grado di raggiungere tutte le gamme del consumo. P come produttività. Rivalutare i punti di forza: i formaggi ovini, il latte bovino, le carni, i vini, l’olio d’oliva ed il grano, settori con produzioni di larga scala che rappresentano buona parte della PLV alimentare dell’Isola. La promozione ha necessità di essere riprogrammata ponendo come condizione essenziale l’aggregazione del prodotto e la valorizzazione in ottica di sistema. Infine, la ricerca scientifica e la formazione professionale: un’agricoltura e una zootecnia dinamiche hanno bisogno di giovani formati affinché i risultati della ricerca e sperimentazione siano fruibili e generalizzabili. O come Organizzazione. L’insieme di agenzie e di enti a carico dell’agricoltura è sproporzionato rispetto al servizio reso e il fardello burocratico che grava sulle spalle dei singoli imprenditori pregiudica in molti casi l’esito degli interventi della mano pubblica regionale. Il taglio della burocrazia e della tempistica dei procedimenti amministrativi rappresenta in questo contesto una priorità. S come Sardegna. Il “marchio” Sardegna costituisce per la grande parte dei consumatori una sorta di garanzia di bontà, genuinità ed eticità degli alimenti consumati. È una risorsa che va valorizzata e non dispersa. I cittadini europei chiedono che i prodotti siano accompagnati da una sorta di “etich-etica”, una etichetta con contenuti etici che certifichi processi produttivi rispettosi dell’uomo (sicurezza e adeguate condizioni di lavoro e salario), degli animali (benessere e cura degli animali), del paesaggio e dell’ambiente.

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Elettorando su Aladinews

http://aladinpensiero.blog.tiscali.it/2014/01/11/elettorando-la-collina-come-spazio-di-informazione-e-confronto/?doing_wp_cron

Progetto CAMPOS, per un’agricoltura e una ruralità nuova della Sardegna

5 Gennaio 2014 52 commenti

di Giuseppe Pulina

By sardegnasoprattutto, 5 gennaio 2014

[i neretti, le note e i richiami/linkaggi sono stati inseriti dalla redazione di aladinews]

Mentre di discute di candidati e candidature, sembra che si sia perso di vista il programma di governo per la prossima legislatura regionale, a parte la lodevole eccezione della Murgia. Secondo alcuni prima viene il leader, dopo le idee, secondo altri vale l’opposto;  ma credo che la gran parte dei cittadini sardi si ponga in una posizione intermedia: dimmi cosa vorresti fare e dimostrami che sarai capace di farlo. Agricoltura e Ruralità sono la principale risorsa rinnovabile della Sardegna. Risorsa in quanto esse occupano la stragrande maggioranza del territorio isolano e danno lavoro a oltre 100.000 persone; risorsa in quanto le attività agricole, pastorali e agro silvane arredano e rendono unico il paesaggio regionale; risorsa in quanto garantiscono l’accensione di filiere ad alto valore aggiunto quali quelle alimentari e dei prodotti locali e tipici; sostenibili in ragione della completa riciclabilità e resilienza dei fattori in esse impiegati (acqua, aria, terra e lavoro).
Agricoltura e ruralità rappresentano, pertanto, uno degli asset fondamentali per lo sviluppo sostenibile della regione Sarda, per la salvaguardia del suo paesaggio e per la conservazione delle tradizioni. Esse, inoltre, sono l’unica via per invertire l’ormai decennale tendenza alla denatalità delle zone interne dell’Isola, foriera di straordinari problemi (e alti costi sociali) a partire dalla riduzione dei circuiti del reddito, per finire all’impossibilità di garantire i servizi minimi essenziali a comunità sempre più vecchie disperse in borghi spopolati.
Il Progetto CAMPOS® è l’acronimo delle seguenti  sei parole chiave per il rilancio e il consolidamento  di agricoltura e ruralità in Sardegna, nel traguardo di Europa 2020: C come Coesione; A come Ambiente; M come Mediterraneo; P come produttività; O come Organizzazione; S come Sardegna.
(segue) Prosegui la lettura…