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Archivio Novembre 2013

aladinews DOSSIER CHIMICA VERDE a cura di Vanni Tola

12 Novembre 2013 44 commenti

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Bioeconomy e Chimica verde in Sardegna: per decidere informati nell’interesse dei sardi

Nei giorni  20 e  21 settembre 2013 a Sassari, presso il Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università, si è tenuto il “Sardinian Green Days”,   la prima conferenza internazionale sulla chimica verde.
Il convegno ha segnato la conclusione del Master Internazionale di II livello “CHIMICA VERDE: Produzioni chimiche e nuovi materiali da fonti rinnovabili”. Hanno partecipato all’evento alcuni dei maggiori esperti mondiali del settore.
Precedenti su AladinewsIl blog dell’evento. I servizi giornalistici sono stati curati da Vanni Tola.
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(Nota stampa Aladinews,  Sassari 20 Settembre 2012) – Un importante convegno con scienziati e manager di fama mondiale conclude oggi a Sassari il Master Internazionale di II Livello “CHIMICA VERDE: Produzioni chimiche e nuovi materiali da fonti rinnovabili”. L’iniziativa, realizzata dal Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università e dal Consorzio Industriale di Sassari, ha per tema: “ Il Nord Sardegna polo europeo della chimica verde”. Il convegno prevede, al mattino, la partecipazione di Paul Anastas considerato dalla comunità scientifica uno dei principali esperti mondiali di chimica verde. Nel pomeriggio invece si parlerà di bioeconomy come prospettiva di sviluppo sostenibile, della filiera della trasformazione delle bioplastiche, della filiera della chimica fine applicata agli estratti vegetali, dello sviluppo delle tecnologie ambientali, ricerca e impresa e della filiera dei biocarburanti. Tra i relatori Giulia Gregori, esperta di politiche europee di Novamont, Gianni Girotti, direttore Ricerca e Sviluppo Versalis, Marco Versari, responsabile Affari Istituzionali Novamont, Mauro Apostolo, responsabile commerciale Ecozema di Schio. E ancora Antonio Madau amministratore unico Stemplast di Paulilatino, Tonino Tanda, presidente Turris Steeve Porto Torres, Walter Cabri, direttore ricerca e sviluppo Indena di Milano, Elisabetta Gavini, Dipartimento di Chimica Università di Sassari, Paolo Boldoni, amministratore delegato Garbace Service Ancona, Pietro Delogu, amministratore delegato Serichim di Udine, Guido Ghisolfi, presidente Biochemtex e Ceo di Beta Renewables. Aladinews seguirà i lavori del convegno, nei prossimi giorni le nostre valutazioni e commenti.

UN’OPPORTUNA PRECISAZIONE . Noi della news Aladin riteniamo necessario approfondire la questione della bioeconomy nel momento in cui può costituire un importante positivo investimento per l’economia della Sardegna. Sappiamo quali sono i rischi in termini di consumo del territorio e salvaguardia dell’ambiente. Tutto va valutato e rigorosamente misurato in termini di costi e benefici, fatto salvo il principio che nessuna concessione può essere accettata rispetto alla salvaguardia della salute dei cittadini. A noi sembra che sussistano le condizioni perchè le scelte vengano fatte nella misura e nei termini accettabili, purchè, ed è questo il punto, tutto sia sotto il controllo sociale, che si esercita in diversi modi, ma soprattutto con il potere sovraordinato delle Istituzioni rappresentative. Informarsi e approfondire per decidere informati, con l’aiuto determinante della comunità scientifica, rappresentata in massima parte dall’Università, la quale ultima deve essere assolutamente indipendente nel rilascio delle sue valutazioni e certificazioni. Con questo spirito “laico” abbiamo intrapreso e continuiamo il nostro lavoro, affidato come coordinamento al nostro redattore Vanni Tola, giornalista ed esperto in materia ambientale. Ovviamente siamo disponibili ad accogliere e diffondere qualsiasi contributo, anche radicalmente critico, purchè nello spirito del confronto democratico.

I SERVIZI di ALADIN 

di Vanni Tola

 (aladinews 2 ottobre 2013) Sassari – Il Consorzio provinciale industriali ed il Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università di Sassari hanno promosso un convegno avente per tema: “Il Nord Sardegna polo europeo della chimica verde”al quale hanno partecipato esperti internazionali. I temi principali, la chimica verde e la bioeconomy, sono stati sviluppati dai relatori con approcci differenti ma decisamente molto interessanti. Si è parlato di bioeconomia come prospettiva di sviluppo sostenibile, della filiera della trasformazione delle bioplastiche, della filiera della chimica fine applicata agli estratti vegetali, dello sviluppo delle tecnologie ambientali e della filiera dei biocarburanti. Alcuni relatori locali hanno poi illustrato importanti iniziative industriali avviate in Sardegna relativamente alle nuove metodologie ed alle tecnologie della bioeconomy. Riteniamo utile riportare in sintesi i contenuti di alcuni interventi per favorire una migliore conoscenza del dibattito in corso relativamente alla riconversione dei sistemi produttivi locali e internazionali. Cominciamo con l’analisi dell’intervento della Dott.ssa Giulia Gregori, esperta di politiche europee e responsabile della pianificazione strategica di Novamont, che ha svolto una relazione sul tema: “La bioeconomy, una prospettiva di sviluppo sostenibile”. Con il previsto aumento della popolazione mondiale fino a sfiorare 9 miliardi di abitanti nel 2050 e l’esaurimento delle risorse naturali, il nostro continente ha bisogno di risorse biologiche rinnovabili per produrre alimenti e mangimi sicuri e sani ma anche materiali, energia e altri prodotti. Il termine Bioeconomy indica una teoria economica proposta da Nicholas Georgescu-Roegen per realizzare un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Parlare di bioeconomia significa quindi riferirsi a un’economia che si fonda su risorse biologiche provenienti della terra e dal mare e dai rifiuti, che fungono da combustibili per la produzione industriale ed energetica e di materia prima per la produzione di alimenti e mangimi. Significa anche parlare dell’impiego di processi di produzione fondati su bioprodotti per un comparto industriale sostenibile. L’Europa deve passare a un’economia ‘post-petrolio’ e ad un maggiore utilizzo di fonti rinnovabili. Non è più soltanto una scelta ma una necessità. L’obiettivo è quello di promuovere il passaggio a una società fondata su basi biologiche invece che fossili, utilizzando i motori della ricerca e dell’innovazione. La Commissione Europea ha adottato, da qualche tempo, azioni strategiche per indirizzare l’economia verso un più ampio e sostenibile impiego delle risorse rinnovabili. “L’innovazione per una crescita sostenibile: una bioeconomia per l’Europa” è una strategia della Commissione Europea che prevede un piano d’azione basato su un approccio interdisciplinare, intersettoriale e coerente al problema. L’obiettivo è creare una società più innovatrice e un’economia a emissioni ridotte, conciliando l’esigenza di un’agricoltura e una pesca sostenibili e della sicurezza alimentare con l’uso sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili per fini industriali, tutelando allo stesso tempo la biodiversità e l’ambiente. Il piano europeo per la bioeconomia si basa pertanto su tre aspetti fondamentali:

- Sviluppare tecnologie e processi produttivi nuovi destinati alla bioeconomia;
- Sviluppare mercati e competitività nei diversi settori della bioeconomia;
- Stimolare una maggiore collaborazione tra i responsabili politici e le parti interessate.
 Una grande scommessa per il futuro alla quale l’Italia e la Sardegna devono concorrere pena l’essere tagliate fuori da un processo di profonda trasformazione delle attività produttive che si configura come una rivoluzione scientifico-tecnologica e perfino etica e culturale di grande portata. La commissaria europea per la ricerca, l’innovazione e la scienza, Màire Geoghegan-Quin, l’ha definita: “Una mossa positiva per l’ambiente, la sicurezza energetica e alimentare e per la competitività futura dell’Europa”. Attualmente la bioeconomia europea vanta già un fatturato di circa 2000 miliardi di euro e impiega oltre 22 milioni di persone che rappresentano il 9% dell’occupazione complessiva dell’EU. Nel mese di settembre del 2010 il presidente Barroso ha dichiarato che nell’ecoindustria europea i posti di lavoro sono cresciuti del 7% annuo dal 2000, e di auspicare per il 2020 la creazione di 3 milioni di posti di lavoro verdi poiché è indispensabile una crescita sostenibile e intelligente che generi nuove opportunità per il territorio. La bioeconomy si va sviluppando in diversi settori, agricoltura, silvicoltura, pesca, produzione alimentare, la produzione di pasta di carta e carta, nonché nei comparti dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica. Si calcola che per ogni euro investito in ricerca e innovazione nella bioeconomia la ricaduta in valore aggiunto nei settori del comparto bioeconomico sarà pari a dieci euro entro il 2025. Un settore nuovo – afferma la Dott.ssa Giulia Gregori – che darà effettive opportunità e che può diventare fattore competitivo distintivo per l’Europa. Ciò che è importante e determinante nella bioeconomia è la circolarità delle diverse filiere, occuparsi cioè di tutto il ciclo dei prodotti al di la del settore specifico. La bioeconomy è una necessità per l’ambiente, per i posti di lavoro e per la competitività del sistema Europa. Per tale motivo l’Unione ha stabilito di investire massicciamente nel settore. L’approccio è quello dell’integrazione delle filiere di differenti settori produttivi chiamati ad interagire con il mondo dell’industria chimica, delle biotecnologie, della produzione di energia di origine non fossile utilizzando differenti risorse quali gli scarti agricoli o colture dedicate (es. il cardo e tante altre), da trasformare in prodotti ad alto valore aggiunto. Naturalmente mettendo in sinergia differenti tecnologie, la scienza dei nuovi materiali, la bioingegneria ed altre competenze ancora. La Commissione europea svolge il proprio ruolo sviluppando strategie di supporto ai processi di sviluppo della bioeconomia e per fare si che le ricerche in atto si trasformino in opportunità di mercato e di lavoro e nuova occupazione. Si stima, per tale scopo, una dispononibilità finanziaria dell’Unione di oltre quattro mila milioni di euro da destinare principalmente alla realizzazione di progetti di ricerca e, soprattutto, agli investimenti, oltre che per la creazione di dimostratori della bioeconomia. E’ stato costituito un gruppo di trenta esperti internazionali che coopera con la Commissione per implementare i progetti di bioeconomia operando su tre direttrici. Un’azione che riguarderà investimenti in ricerca e innovazione e la definizione di nuove competenze e cercherà di fare sinergie tra le diverse tipologie di finanziamento europee nazionali, regionali e investimenti privati per far si che si operi insieme nella stessa direzione e che i fondi siano utilizzati per rendere più “potente” la portata dei progetti che saranno realizzati. A quest’azione si accompagnerà un’attività finalizzata ad aiutare a sviluppare i mercati, a spingere per la competitività dei settori. Ed infine una terza azione che sarà finalizzata a rafforzare sempre di più il coordinamento tra le policy in settori che non sono strettamente collegati alla ricerca e all’innovazione ma che perseguono gli stessi obiettivi generando quindi una forte interazione con i fondi della politica agricola, della pesca e altri ancora.Oltre l’Europa anche altri paesi hanno compreso le potenzialità della bioeconomia e stanno investendo a loro volta cifre considerevoli per colmare i loro ritardi. C’è bisogno quindi di velocità e di cifre importanti per far si che non si rimanga indietro nella competizione internazionale. La sfida, per l’Europa, si gioca tutta intorno all’aumento del supporto alla costruzione di impianti di dimostratori e bioraffinerie. E’ operativa una piattaforma pubblico-privata costituita da un insieme d’imprese, da associazioni e università che si pone l’obiettivo di lavorare sulla biomassa, sulle bioraffinerie e sui prodotti e i mercati per far sì che la filiera risulti funzionale dal punto di vista delle tecnologie, dell’apporto di materie prime e in termini di corretto inserimento nel mercato. Il progetto Matrìca per la chimica verde si colloca all’interno di queste dinamiche, può essere una parte significativa all’interno dei processi in atto per lo sviluppo della bioeconomy e può rappresentare un’importantissima occasione di riconversione dell’apparato industriale chimico isolano verso produzioni biocompatibili.
** – Approfondiremo altri temi presentati nel convegno internazionale sulla bioeconomy, svoltosi a Sassari nel mese di Settembre, con articoli che seguiranno.
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  (aladinews 10 ottobre 2013) Prosegue la nostra analisi delle comunicazioni presentate nel convegno “ Il Nord Sardegna polo europeo della chimica verde” organizzato a Sassari, nello scorso mese di Settembre, dal Consorzio provinciale industriali e dal Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università. Ci soffermeremo, questa volta, sull’analisi sviluppata da Gianni Girotti, direttore ricerca e sviluppo della società Versalis, la più grande azienda chimica italiana. La società è attiva nella produzione di quasi tutte le plastiche tradizionali e dei monomeri di partenza e opera con tredici siti produttivi localizzati in Italia e in Europa. Da qualche anno Versalis è impegnata in una radicale trasformazione caratterizzata da tre direttrici fondamentali:
- Una forte internazionalizzazione dell’impresa con la creazione di joint venture con partner in Asia per creare, in quell’area, grandi complessi petrolchimici per la produzione di elastomeri operando con tecnologie proprietarie;
- La realizzazione di consistenti investimenti finanziari negli impianti europei finalizzati principalmente al recupero dell’efficienza e alla riduzione dei consumi energetici;
- L’intervento nella chimica verde.
Per comprendere le trasformazioni in atto nel comparto chimico è necessario confrontare una raffineria tradizionale con una bioraffineria. La differenza principale, quella maggiormente evidente, è rappresentata dal fatto che la raffineria tradizionale opera con materie prime sostanzialmente composte da carbonio e idrogeno mentre la bioraffineria opera con materie prime che contengono, oltre carbonio e idrogeno, anche l’ossigeno. In un impianto petrolchimico si opera con materie prime caratterizzate da un determinato livello di complessità molecolare. Le molecole complesse vengono distrutte completamente per essere scomposte in piccoli “mattoncini” che sono poi ricombinati per creare nuove strutture molecolari molto complesse. Un procedimento molto lungo, in termini di consumo energetico. La bioraffineria invece si caratterizza per il fatto che si parte da materie prime che hanno una complessità sicuramente superiore a quelle utilizzate nel ciclo tradizionale le quali, però, non subiscono un processo di distruzione o scomposizione totale ma soltanto parziale. Cosi facendo si salva una parte consistente del valore energetico contenuto nelle molecole di partenza utilizzate per produrre i materiali biologici. Questo concetto, esposto in estrema sintesi, sta alla base del procedimento della nuova chimica e apre la strada alla necessità di sviluppare un’altra mentalità produttiva nel settore e una differente piattaforma tecnologica. Un’innovazione di grande portata con la quale si stanno misurando ricercatori di tutto il mondo e che modificherà radicalmente il concetto stesso di “fare chimica”. Va pure ricordato che quando si parla di bioraffineria ci si riferisce a una tecnologia che muove i primi passi. Esistono già una serie di esempi produttivi indicativi ma siamo certamente nella fase tecnologica ascendente del nuovo processo tecnologico. Non esiste a tutt’oggi una bioraffineria che produca prodotti chimici da una biomassa utilizzando tutte le potenzialità della materia prima impiegata, cioè completando l’intero ciclo produttivo. Molto opportunamente la Comunità europea ha colto la necessità di destinare consistenti interventi per il sostegno e lo sviluppo della bioeconomy e della chimica verde.
Nella seconda parte della sua relazione il direttore della ricerca e sviluppo di Versalis ha presentato in sintesi alcuni importanti progetti di chimica verde che la società sta sviluppando nel mondo. La società Versalis ha scelto di avviare attività di chimica verde che abbiano un collegamento diretto con il proprio business tradizionale, per sfruttare al meglio le strutture commerciali attive e le conoscenze tecnologiche e progettuali acquisite. Uno dei principali progetti di chimica interessa il settore della gomma nel quale Versalis è impresa leader. Circa il 70-75% delle tipologie di gomme esistenti sono destinate alla produzione di pneumatici. In uno pneumatico, per ogni kg di gomma sintetica presente ce n’è uno di gomma naturale. Questa proporzione di gomma naturale cresce con l’aumento le dimensioni dello pneumatico. La gomma naturale è insostituibile in questo prodotto per il suo ruolo fondamentale di dissipatore di calore. La produzione di gomma naturale nel mondo è di circa 10,5 milioni di tonnellate, provenienti per il 93% dall’Asia e per il restante 6-7% dall’Africa. La gomma, è noto, si ricava, sotto forma di lattice, da alcune piante tropicali (in particolare Hevea brasiliensis). Esistono però anche altre possibilità di produrre la gomma naturale utilizzando piante alternative dalle quali si può ricavare una gomma naturale abbastanza pura. Tra queste le più importanti sono il Guayule e il Tarassaco. Il Guayule (Parthenium argentatum) è un arbusto non destinato all’uso alimentare, che richiede poca acqua, nessun pesticida e rappresenta una fonte alternativa di gomma naturale con elevate proprietà ipoallergeniche che la differenziano della gomma comune. Tra le sue applicazioni attuali la principale è la produzione di materiali medicali (es. guanti da chirurgo). Versalis e Yulex Corporation, azienda produttrice di biomateriali a base agricola, hanno firmato una partnership strategica per la produzione di bio gomma a base di Guayule e per la realizzazione di un complesso produttivo industriale nell’Europa del Sud. L’accordo interesserà l’intera catena produttiva, dalla coltivazione all’estrazione della bio gomma, fino alla costruzione di una centrale elettrica a biomassa. Versalis realizzerà così materiali per diverse applicazioni, inizialmente nel settore medicale ma con l’obiettivo per il lungo periodo di ottimizzare il processo produttivo per raggiungere l’industria degli pneumatici. Al momento è in corso in Europa la sperimentazione per arrivare alla definizione di un protocollo agronomico per coltivare il Guayule nelle nostre latitudini. Si sono attenuti finora buoni risultati nelle prime fasi del processo di coltivazione e impianto con una percentuale di attecchimento delle piante intorno al 97 % (sperimentati su una superficie di dieci Ha). Ora si attende di conoscere qualcosa in più sulla capacità di questa pianta tropicale di superare positivamente i nostri inverni.
Altro esempio di chimica verde è un po’ differente dal precedente ma a esso collegato. E’ un progetto per produrre biobutadiene. Versalis è produttrice e utilizzatrice di butadiene, un importante prodotto dell’industria chimica. Tale prodotto si ricava finora esclusivamente da sostanze fossili. La scommessa del progetto consiste nel riuscire a ricavare il butadiene da biomassa. Versalis ha creato una joint venture ad hoc con la società Genomatica (società americana attiva nel campo delle biotecnologie) per sviluppare un processo completamente svincolato da fonti fossili. Si partirà da biomasse, preferendo quelle sulle quali si sta già lavorando quali il Guayule e il Cardo, per trasformarle in zuccheri di adeguata qualità. Seguirà uno stadio di fermentazione degli zuccheri per ottenere la formazione di un prodotto intermedio dal quale, con una serie di operazioni che tralasciamo di descrivere, si ottiene il biobutadiene. Questi due progetti, i più importanti per Versalis, stanno assorbendo la maggior parte degli investimenti che la Versalis ha destinato alla chimica verde. Esistono poi una serie di altri progetti ugualmente importanti relativi al comparto chimica verde tra i quali rientra anche il progetto Matrìca di Porto Torres. Le caratteristiche tecniche del progetto sono note, Aladinews ne ha riferito in precedenti articoli. Ci limitiamo quindi a riassumere soltanto alcuni parametri che hanno condotto alla definizione del progetto. Un impianto petrolchimico con inefficienza strutturale conclamata (tecnologia ormai inadeguata e altri problemi legati anche alla territorialità) con circa 600 lavoratori da reimpiegare in nuove attività e una perdita annua di circa 800 milioni nel periodo 2002-2012. Aspetti positivi sono invece rappresentati da una relativa maggiore disponibilità di terreni incolti e abbandonati della Sardegna e da un interessante aumento della richiesta di bioplastiche a livello mondiale. Il progetto Matrìca ha tre soggetti principali. Enipower che realizzerà la centrale a biomassa, Syndial che curerà le bonifiche ambientali del sito petrolchimico e la joint venture Matrìca (con un ruolo importante di Novamont) per la produzione di polimeri per la bioplastica partendo delle coltivazioni di cardo.
Matrìca realizzerà sette impianti su tre fasi, produrrà circa 350 mila tonnellate all’anno di prodotti vari quali biomonomeri, bioplastiche, biolubrificanti, oli estensori per gomme. Occuperà, a regime, più di 300 operai nella bioraffineria e un considerevole numero nell’indotto. La prima fase del progetto dovrebbe essere operativa entro il primo quadrimestre del 2014. Tale progetto si completa con la creazione a monte di una filiera agricola per rifornire la bioraffineria con l’olio vegetale necessario, filiera agricola della quale si occupa principalmente Novamont. Il prodotto principale rimane il monomero per le bioplastiche ma si produrranno anche biolubrificanti e oli estensori. I componenti speciali per biolubrificanti contenenti elementi prodotti da Matrìca sono stati testati su motori diesel e benzina con risultati molto positivi ed hanno finora superato positivamente tutti i test di validazione. Per quanto concerne invece la produzione di oli estensori per gomme è stato realizzato, con prodotti Matrìca, un olio vegetale che consente di aumentare le proprietà di rotolamento degli pneumatici senza peggiorarne la tenuta di strada. Finora i due parametri erano in contrasto fra loro, migliorandone uno diminuiva l’altro. Tra gli altri aspetti positivi del progetto è indicata poi la possibilità di creare sviluppo e nuova occupazione con il processo di “discesa a valle” dell’impianto Matrìca che potrebbe attirare nell’area industriale di Porto Torres una notevole quantità d’industrie collaterali per la lavorazione del monomero della bioplastica per realizzare differenti tipologie di materiali e prodotti bio molto richiesti nel mercato internazionale. E’ questa la scommessa in atto nel Nord Sardegna che naturalmente dovrà misurarsi con una serie di problemi, di non poco conto quali l’integrale bonifica dell’area petrolchimica, i controlli sull’impatto ambientale della bioraffineria, una diffusa e giustificata diffidenza nei confronti dell’Eni e dell’industria chimica in considerazione dell’elevatissimo inquinamento prodotto nel nord Sardegna dall’industria chimica tradizionale, i dubbi sulla possibilità e opportunità di mettere a coltura vaste aree agricole abbandonate per la produzione del cardo e, aggiungerei, l’inadeguatezza manifesta della classe politica locale e regionale nel controllare, indirizzare e governare grandi progetti di sviluppo.

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 (aladinews 20 ottobre 2013)  Prosegue l’analisi delle comunicazioni presentate nel convegno “Il Nord Sardegna polo europeo della chimica verde” organizzato a Sassari, nello scorso mese di Settembre, dal Consorzio provinciale industriali e dal Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università. Ci soffermeremo, questa volta, su alcune relazioni che hanno descritto significative attività riguardanti l’impiego delle bioplastiche. La Ecozema è una società di Vicenza creata circa duecento anni fa. Originariamente lavorava il legno per produrre mollette per il bucato, in seguito, con l’introduzione delle materie plastiche, si è riconvertita verso la produzione di mollette per bucato di plastica. In questo periodo – lo racconta il responsabile commerciale Mauro Apostolo – è in atto un processo di riconversione dell’Ecozema alle produzioni della chimica verde. Questa operazione, realizzata in collaborazione con Novamont, pone al centro l’impiego di un prodotto principe della chimica verde, il Mater-bi. Il Mater-Bi è un prodotto biodegradabile e compostabile che si ricava da componenti vegetali come l’amido di mais e polimeri biodegradabili ottenuti sia da materie prime di origine rinnovabile che da materie prime di origine fossile. Si presenta in forma di granulo e può essere lavorato secondo le più comuni tecnologie di trasformazione, per realizzare prodotti dalle caratteristiche analoghe o migliori rispetto alle plastiche tradizionali, ma perfettamente biodegradabili e compostabili. L’impatto ambientale di questi prodotti è minimo e si riduce la quantità di rifiuti post consumo. Nel caso specifico della società Ecozema il Mater-bi è utilizzato per la produzione di posate e altri oggetti per la ristorazione.
La Ecozema è stata protagonista dei Giochi Olimpici di Londra 2012 nel settore dell’alimentazione di massa. Ha prodotto circa 13 milioni di pezzi di posate di plastica per ristorazione utilizzando 70 tonnellate di Mater-bi, che, come abbiamo ricordato, è un prodotto interamente compostabile. Ciò ha comportato un risparmio di emissioni di CO2 in atmosfera stimato in circa 20 tonnellate ed evidenti effetti positivi nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti nella regione londinese in occasione di questo grande evento internazionale. Un esempio concreto che indica quanto potrebbe essere realizzato, per esempio, in Sardegna applicando progetti analoghi alla ristorazione alberghiera, a quella ospedaliera e a quella delle grandi comunità. In Sardegna le applicazioni della chimica verde muovono i primi passi. Antonio Madau, Amministratore Unico Stemaplast Srl – Paulilatino (OR), ha presentato l’esperienza produttiva della propria azienda. La storia della Stemaplast inizia negli anni Novanta con la commercializzazione di imballaggi flessibili nell’isola. Nel 1998 l’azienda inizia la produzione e la trasformazione di materie plastiche diventando uno dei maggiori fornitori per il mercato regionale. Attualmente Stemaplast occupa 29 dipendenti ed è leader nel mercato regionale per la produzione di imballaggi flessibili, in polietilene di Alta e Bassa Densità, per l’alimentazione e per l’uso industriale e biopolimeri. I principali prodotti sono:
• Imballaggi flessibili per asporto merci (Shoppers Biodegradabili, compostabili in Mater-Bi e riutilizzabili PSV L.28/12);
• Sacchetti e Fogli Neutri per alimenti;
• Sacchi per la raccolta differenziata dei rifiuti (frazione secca e umida);
• Film estensibile per pallets;
• Film in bobina per uso alimentare e industriale .
La Stemaplast lavora annualmente 3600 tonnellate di prodotto con un impiego di 500/600 Tonnellate/ annue di Mater-Bi, circa 12.000 Kg al giorno. La Stemaplast è licenziataria Novamont (Lic. 021), e possiede oltre al marchio Mater-Bi, anche quello Ok-Compost che certifica l’effettiva compostabilità del prodotto ed è in fase di ottenimento del marchio CIC (Consorzio Italiano Compostatori.)
Interessante anche l’esperienza della Turris Sleeve S.c. ARL di Porto Torres che sta realizzando un impianto per la produzione di film termoretraibile per imballaggi speciali. L’impianto in progetto è destinato alla produzione di film per l’applicazione “SLEEVE”.
Lo “SLEEVE” termoretraibile è una manichetta o fascetta di film plastico saldata a tubo che, andando a ricoprire un oggetto di qualsiasi forma, lo riveste di una pellicola che può servire da imballaggio, da etichetta, da sigillo di garanzia. Questo film, debitamente riscaldato, si “ritira”, va cioè a seguire la silouette dell’oggetto che si vuol rivestire. Lo sleeve può essere stampato con immagini e testi, anche a colori, arrivando sino alla resa fotografica. Con questa tecnica è possibile personalizzare e impreziosire in modo semplice una confezione laddove sarebbe tecnicamente ed economicamente difficile ottenere analogo risultato con sistemi tradizionali. L’applicazione di “SLEEVE” ha un vastissimo utilizzo nel mercato italiano e in quello mondiale attualmente in forte espansione.
Le possibilità di impiego sono multi settoriali, dall’alimentare al farmaceutico, dalle bevande ai cosmetici, dai casalinghi ai giocattoli, dall’edilizia ai beni di largo consumo. Essendo facilmente stampabile può diventare marchio, imballaggio, testo d’istruzione d’uso, groupage, sigillo di garanzia del prodotto, oppure una qualsiasi combinazione degli stessi, secondo le esigenze. Lo sleeve si propone oltretutto con un ottimo impatto ecologico perché aderendo all’oggetto da rivestire grazie alle sue proprietà di termoretraibilità, non fa uso di collanti chimici per l’accoppiamento, cosa che, in fase di riciclaggio dei contenitori, comporterebbe ulteriori costose operazioni per rispettare le normative che ne regolano lo smaltimento. Da notare inoltre che l’incremento di mercato dello sleeve in Europa e negli Stati Uniti è stimato attorno al 15-20%.
La società Turris Sleeve S.c. ARL di Porto Torres intende produrre film in OPS in attesa di testare i nuovi prodotti della chimica verde (Mater-Bi® e derivati) con la prospettiva di svolgere un ruolo importante in un mercato con ottime prospettive di sviluppo.
Le esperienze descritte sono una piccola parte delle numerose attività di indotto che potrebbero operare in Sardegna per la lavorazione dei prodotti della bioraffineria di Matrìca. Le potenzialità dei prodotti di Matrìca, la buona disponibilità di terreni nell’area industriale di Porto Torres e la capacità di generare, intorno alla bioraffineria, l’insediamento di nuove attività di trasformazione dei prodotti di base della chimica verde, rappresentano la scommessa sul futuro di quel che resta del vecchio sito petrolchimico nel Golfo dell’Asinara.
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 (aladinews 5 novembre 2013) Con questo articolo completiamo l’analisi delle comunicazioni presentate nel convegno “Il Nord Sardegna polo europeo della chimica verde” organizzato a Sassari, nello scorso mese di Settembre, dal Consorzio Provinciale Industriali e dal Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università. Esamineremo la relazione “Biocarburanti e Biochimica: opportunità e criticità” presentata dal Dott. Guido Ghisolfi presidente della Biochemtex, la società di ingegneria e ricerca del Mossi Ghisolfi Group. La Biochemtex è il secondo gruppo chimico italiano, dopo la Versalis, con un fatturato di tre miliardi e mezzo di dollari. E’ presente negli Usa, in Messico, in Brasile e in altre parti del mondo. Nella Biochemtex operano 250 addetti tra ingegneri, biochimici, agronomi e ricercatori. Nel periodo 2006-2013, la società ha investito in ricerca 250 milioni di euro dei quali 25 destinati allo studio della sostenibilità della filiera agricola nel mondo e alla ricerca e sperimentazione di prodotti agricoli per la biochimica. In Italia la Biochemtex opera unitamente alla Betarenewables con un impianto industriale che si trova a Crescentino (VC). L’impianto è il primo al mondo per la produzione di Etanolo di seconda generazione con una produzione di 40.000 ktpa ricavati da paglia, canna, paglia di riso, pioppo ed eucalipto. Il bioetanolo si produce da cereali, da canna da zucchero o da biomassa cellulosica. Quando si parla di bioetanolo, il pensiero corre immediatamente alla produzione del biodiesel da vegetali solitamente destinati all’alimentazione umana e ai problemi a esso connessi, in particolare alla concorrenza spietata che tale produzione ha determinato nei confronti delle produzioni food in molte aree del mondo. Attualmente le aree dedicate alla produzione del biodiesel sono state ormai individuate e coltivate e non si prevede che possano aumentare. Il Bioetanolo di Prima Generazione, infatti, non “cresce” ulteriormente per motivi di natura economica e per normative che ne limitano la produzione e ne fanno quindi regredire l’importanza. Il Bioetanolo di Seconda Generazione, invece, non compete con terreni dedicati ad alimentazione umana o animale perché viene prodotto da residui o da piante coltivate su terreni marginali abbandonati (il cardo ma anche molte altre). (segue) L’unità centrale del processo è la bioraffineria supportata in questi anni da consistenti finanziamenti in ricerca e innovazione tecnologica. Le moderne bioraffinerie sono alimentate da biomasse differenti per potersi adattare alla morfologia e alla logistica del territorio (multi-feedstock). Producono un certo numero di prodotti che alimentano industrie diverse e che quindi richiedono collaborazioni integrate tra le aziende (in passato si sarebbe chiamata “discesa a valle” delle produzioni di base) e utilizzano, come d’altra parte le loro progenitrici fossili, l’intero “barile” di biomassa aumentandone l’efficacia. Ma quali sono le prospettive future della produzione di Biocarburanti e della Biochimica? La biochimica e gli sviluppi di ingegneria metabolica portano alla scienza una specificità che la petrolchimica non è stata in condizione di dare. Questo rende i processi biochimici particolarmente indicati per produrre prodotti “puri” mentre le raffinerie tradizionali spendono buona parte delle proprie energie per “separare” blend di prodotti. I biocarburanti nel mondo non supereranno i 250 milioni di tonnellate contro più di 2,5 miliardi di carburanti fossili. In termini d’impatto ambientale e di consumo energetico c’è un abisso. L’Italia è attualmente il Paese leader nel mondo per tecnologia con società quali Versalis, Novamont e Chemtex. Abbiamo quindi un vantaggio tecnologico temporale che ci garantisce una posizione da leader che va però consolidata anche perché nazioni concorrenti stanno investendo notevolissimi capitali in ricerca per colmare il loro ritardo. Con una perdita di terreni agricoli di 100 milioni di Ha l’anno, non c’è alcun bisogno di sostituire l’agricoltura che produce per attivare l’attività della biochimica. Nessun pericolo quindi in termini di concorrenza diretta (esproprio di suolo) o indiretta con l’agricoltura esistente. Con una collaborazione fuori da dogmi e ideologie, i nostri territori, Sardegna compresa, si potranno integrare con la ricerca e l’industria creando valore aggiunto per tutti. E’ questa la scelta strategica della Bioeconomy che rappresenta, comunque la si pensi, una rivoluzione nel modo di concepire l’attività industriale nel territorio e nel modo di “fare chimica” rispetto al passato. I carburanti in genere sono delle miscele di prodotti, la benzina non è un prodotto, è la somma di tante sostanze. L’etanolo invece è un prodotto chimico specifico. La biochimica ha una importante particolarità rispetto alla chimica tradizionale, permette di produrre un prodotto unico grazie alla bioingegneria metabolica. Il discorso a questo punto diventa complesso e non è questa l’occasione per approfondirlo ma riducendo all’essenziale diciamo che la bioingegneria metabolica, intervenendo e modificando parti del dna di microorganismi, è in grado di “insegnare” loro a produrre una determinata sostanza e solo quella. E i microorganismi, adeguatamente ”istruiti” con modificazioni del loro patrimonio genetico, imparano a farlo molto bene. Il futuro della biochimica in generale è quindi molto più brillante e ricco di sviluppi importanti di quello dei biocarburanti. Partendo dalla biomassa che è l’equivalente del “barile” di petrolio, la si distilla ricavando dei prodotti, una parte di questi diventerà biocarburante, qualcos’altro andrà a produrre i prodotti della bioplastica e della chimica verde in genere. Le bioraffineria saranno certamente multifistock, è poco probabile che si possano realizzare bioraffinerie alimentate da un solo prodotto (ndr quindi è presumibile che anche Matrìca dovrà probabilmente porsi il problema di individuare altri prodotti di base da affiancare al cardo). Per realizzare una bioraffineria di buon livello sono necessari da 10 a 15 mila ettari di terreno per la filiera agricola (sono tanti ma meno degli ettari abbandonati annualmente dall’agricoltura che diventano marginali o incolti). I terreni da adibire a produzioni per la bioraffineria devono essere assolutamente vicini all’impianto, non superare una distanza di 50-100 km, pena la non convenienza dell’investimento. Appare quindi poco sostenibile qualunque ipotesi catastrofica relativa al pericolo di invadere con un’estesa monocoltura di cardo gran parte dell’intera superficie agricola utilizzata della Sardegna. La ricaduta nel territorio in termini occupazionali si aggira, in media, intorno ai 700-800 addetti per impianto (circa trecento addetti nella bioraffineria, gli altri nel settore agricolo, manutenzione, servizi ecc) aiquali andrà ad aggiungersi l’occupazione dell’indotto generata da quelle imprese che si andranno ad insediare in prossimità delle bioraffinerie per praticare le “seconde” lavorazioni dei prodotti di base della bioraffineria e della chimica verde. Si calcola che in Italia serviranno almeno dieci bioraffinerie per la produzione di biocarburanti e altrettante per la biochimica. Una prospettiva degna di considerazione anche in termini occupazionali oltre che di riqualificazione del territorio. Le conclusioni che il Relatore trae sono decisamente positive. A suo parere è necessario considerare che si sta parlando di un comparto produttivo con prospettive di sviluppo certamente ottime nel quale sono stati investiti ingenti capitali in ricerca di bioingegneria e di nuova tecnologia. Un comparto nel quale esiste, nel mondo, una notevolissima disponibilità di capitali per nuovi investimenti e nel quale l’Italia vanta un indiscusso vantaggio tecnologico. Si potrà realizzare tutto ciò? A parere del relatore naturalmente sì ma alla condizione che si costruisca un rapporto virtuoso con il territorio, con la popolazione, con le istituzioni locali e che si superino problemi e contraddizioni del passato. Questo tipo di produzione non può funzionare senza il coinvolgimento reale e concreto del territorio, senza una politica di sistema che veda collaborare insieme l’industria biochimica, l’agricoltura e le istituzioni locali. Vale la pena di concedere almeno il beneficio del dubbio e di sedersi intorno ad un tavolo per parlarne.
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Verso una nuova legge regionale in materia di apicoltura

2 Novembre 2013 12 commenti

(L’Unione Sarda on line 2 novembre 2013) Regione approva ddl apicoltura
Stanziati 4 mln per sviluppo settore
Un apicoltore al lavoro

La Giunta regionale ha approvato il disegno di legge che riguarda l’apicoltura.
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